“Devi andare, Nì”: il grido silenzioso dei bambini dimenticati, il nuovo romanzo di Antonella Carta
- Redazione di Mille Voci New

- 4 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 11 mar
Ci sono storie che non si limitano a essere lette: chiedono di essere ascoltate. Storie che attraversano le fragilità dell’esistenza e restituiscono dignità a chi troppo spesso rimane invisibile.

Il libro Devi andare, Nì, pubblicato il 16 luglio 2025 da Ugo Mursia Editore, è il nuovo romanzo di Antonella Carta, che affronta una delle ferite più silenziose e profonde della nostra società: l’abbandono infantile.
Il romanzo non si limita a raccontare la storia di Nino, definito “figlio della vergogna”, ma entra nella dimensione più intima dell’identità negata. Essere lasciati significa crescere con una domanda sospesa, con un vuoto che non è soltanto affettivo ma esistenziale. Nei corridoi degli istituti e nelle case famiglia si intrecciano vite che imparano troppo presto a difendersi dal dolore. Bambini che diventano adulti portando dentro un’origine mai pronunciata con amore.
Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, in Italia sono oltre 25 mila i minorenni che vivono fuori dalla famiglia di origine, accolti in affido o in comunità residenziali. Numeri che raccontano un fenomeno strutturale, ma che soprattutto parlano di identità in costruzione, di infanzie sospese, di diritti che chiedono tutela e riconoscimento.
Con questo terzo romanzo, Antonella Carta completa idealmente un percorso narrativo che mette al centro la vulnerabilità umana. Se nelle opere precedenti aveva affrontato la disabilità e la condizione femminile, oggi lo sguardo si posa sull’infanzia ferita.
Disabilità, donne, bambini: tre dimensioni diverse, unite da un unico filo conduttore — la dignità che resiste e chiede riconoscimento.
E non poteva che lasciare la sua impronta una penna delicata ed efficace come quella di Antonella Carta, che prima di essere scrittrice è donna, madre resiliente e insegnante. Nessuno più di lei poteva attraversare questa storia con autenticità, passando per anima, cuore e mente.
Devi andare, Nì è un romanzo intenso e necessario. Non offre soluzioni facili, ma invita a fermarsi, a guardare dentro una realtà che spesso si preferisce non vedere. È un libro che scuote le coscienze e ricorda che ogni bambino ha diritto a un nome pronunciato con amore, a un’origine riconosciuta, a un futuro costruito sulla dignità.Per approfondire un tema così profondo e delicato, ci siamo avvicinati all’autrice Antonella Carta con rispetto e curiosità, entrando nella profondità del suo cuore e nell’intimità della sua anima, in punta di piedi e di penna. Con una breve intervista le abbiamo rivolto alcune domande, cercando di cogliere come nasce il libro, quali emozioni lo attraversano e quale messaggio desidera affidare ai lettori.
🎙 Intervista ad Antonella Carta
Come nasce il libro Devi andare, Nì? C’è un episodio o una storia che ha acceso in lei l’esigenza di scriverlo?
Questo romanzo si ispira a una storia vera. L’esistenza del protagonista, Nino, è stata talmente particolare che ho sentito l’esigenza di raccontarla, perché secondo me c’è tanto da imparare da lui e dalle persone che hanno condiviso il suo percorso accidentato, sorprendente, caparbio.
Cosa l’ha spinta ad affrontare il tema dell’abbandono infantile in modo così intenso e delicato?
Nino è stato abbandonato perché morisse. Si salva solo accidentalmente, quasi per miracolo. Purtroppo la realtà dell’abbandono è ancora attuale, e non riguarda soltanto neonati, ma anche anziani e persone fragili che la società trascura. Eppure basterebbe poco per iniziare il cambiamento: servirebbe rallentare, rivedere le priorità e dedicare più tempo e attenzione all’essere umano piuttosto che ai beni materiali e all’apparire. A volte serve solo uno sguardo che non ti ignora, un sorriso che non ti aspetti e di cui avevi bisogno. Ciascuno di noi ha un potere enorme in questo senso, ma spesso ne impieghiamo solo una piccola parte.
Quanto può pesare, per un bambino, un’etichetta come “figlio della vergogna”?È un peso grande. Nino scopre in modo brutale di essere stato abbandonato, di essere il figlio non voluto. La famiglia che lo ha accolto lo ama a modo proprio ma per lui non sarà abbastanza, si sentirà “diverso” e cercherà con determinazione crescente di ritrovare le proprie origini, nella speranza di rimettere insieme i pezzi della sua identità frantumata. E forse non smetterà di sentirsi sempre il bambino del santo di cui, in maniera surreale, ha scelto di portare il nome.
Disabilità, donne, infanzia ferita: qual è il filo invisibile che lega i suoi tre romanzi?
Il filo comune è l’essere umano nelle sue varie sfaccettature — forte, fragile, arrendevole, combattivo — ma soprattutto legato, a volte anche in modo inconsapevole, e sempre inestricabilmente, alla speranza e alla capacità di andare oltre, anche quando le difficoltà si mettono d’impegno a ostacolare il cammino.
Quanto è importante riportare oggi l’attenzione sui minori che vivono in case famiglia o comunità?
Credo sia necessario non abbassare mai la guardia sui giovani in generale, e su quelli in difficoltà in particolare. A volte si travestono da piccoli adulti, ma penso che vadano accompagnati sempre nel loro non sempre facile percorso di crescita, anche quando si oppongono, anzi allora forse anche di più, perché spesso la fragilità si maschera di finta forza e talvolta anche di arroganza. Noi adulti abbiamo il compito, direi anche il dovere, di esserci per loro e di ascoltare i loro bisogni anche quando li manifestano in modo controverso.
Come si conciliano lavoro, famiglia, il ruolo di madre e la scrittura?Con tanto impegno, un bel po’ di fatica, un sottofondo di entusiasmo e la gioia di potermi dedicare a ciò che amo. Ho scoperto grazie a mia figlia, ai miei alunni, alle notti insonni, che se qualcosa conta davvero, la forza si trova e i traguardi possono essere raggiunti, e anche quando ciò non accade, il viaggio intrapreso offre comunque sorprese e bei panorami.
Qual è il messaggio che desidera arrivi ai lettori di Devi andare, Nì?
Nino è un bambino e poi un ragazzo e infine un uomo che sfida la sorte che altri gli avevano imposto e, con pochi mezzi e spesso da solo, non smette di cercare il proprio posto nel mondo. Mi piacerebbe che i giovani di oggi, ma anche i tanti adulti che talvolta si scoraggiano e pensano di mollare un sogno, una speranza, il progetto di sé, trovino in questa storia lo spunto per ricordare che l’impegno e la determinazione premiano e che a volte la vita stessa premia con incontri imprevisti e magici, come accadrà anche a Nino.

Maria Rosaria Ricci
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